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Il Sahara occidentale: una nazione ancora senza stato

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Un detto tradizionale saharawi recita: “Solo le donne riescono a far fiorire l’Hammada”. L’Hammada è il paesaggio desertico del Sahara, uno delle zone più inospitali della terra, già luogo di punizione per la Legione Straniera. È nell’hammada che si trovano i campi profughi saharawi – il più grande Tindouf, in territorio algerino - amministratati e organizzati dalle donne di una nazione che dal 1974 attende il referendum per la propria autodeterminazione. Grazie al grande impegno delle donne saharawi - medici, insegnanti, amministratori pubblici – il tasso di alfabetizzazione tra la popolazione dei campi è aumentato raggiungendo il 95% determinando così una crescita esponenziale della propria coscienza di nazione.

Il popolo saharawi (“originario del deserto”, in arabo) nasce nell’incontro tra le tribù arabe Maquil, provenienti dallo Yemen nell’XI sec., e le popolazione berbere, Zenata, Masmuda e Sanhaja, che nomadizzavano da sempre nell’aerea dell’Africa nord-occidentale e nel Sahara. Ma già dal VIII sec. era in atto una lenta islamizzazione delle popolazioni autoctone animiste. La fusione tra i Maquil e i berberi autoctoni non fu sempre indolore e le resistenze all’assimilazione della cultura e lingua araba – soprattutto dai Sanhaja – portarono ad un lungo conflitto, tra il 1644 e il 1674, che si risolse con la sconfitta delle tribù Sanhaja. Si fa risalire a questo periodo la gerarchizzazione delle tribù del deserto tra la casta dei guerrieri, gli arabi o hassan usciti vittoriosi dalla lunga guerra, e le tribù berbere sconfitte che divennero tributarie prendendo il nome di “znaga”, derivazione del nome Sanhaja. Questa gerarchizzazione tribale si trasformò in una confederazione dei popoli del deserto con una rappresentanza nell’Ait Arbain (Consiglio dei Quaranta, il numero delle tribù) che si riuniva per delle celebrazioni o per far fronte ad un pericolo comune. Una forma di organizzazione statuale non considerata dalla conferenza di Berlino del 1885: con la spartizione dell’Africa tra le potenze europee il Sahara occidentale venne assegnato alla Spagna che ne rivendicava il protettorato in seguito agli insediamenti a nord di Capo Bojador. I confini della colonia spagnola vennero poi rinegoziati più volte con il sultano del Marocco e con la Francia. Nella prima metà del XX secolo ci furono diversi movimento di resistenza tra cui quello di Cheikh Ma El-Ainin, fondatore della città di Smara nel 1895, che cadde in combattimento nel 1910.

 

È negli anni ’50, con la nascita dei nazionalismi dei paesi africani, che si può parlare di una vera presa di coscienza nazionale del popolo saharawi. La Spagna nel 1958 cede al Marocco la provincia di Tarfaya, abitata dai saharawi e in seguito alla scoperta dei giacimenti di fosfati di Bou Craa trasforma il Sahara Occidentale nelle province di Saguiat el Hamra e Rio de Oro. Ma sono altri due fatti che portano all’attuale situazione: dopo aver raggiunto la sua indipendenza nel 1956, il Marocco – con il “Libro bianco” del 1960 – rimarca le sue rivendicazioni territoriali sul Sahara Occidentale e sulla Mauritiana; il 14 dicembre 1960 la 15° assemblea annuale dell’Onu approva la prima risoluzione sul diritto dei popoli all’autodeterminazione e nel 1964 si pronuncia direttamente sulla decolonizzazione spagnola del Sahara occidentale. Il governo franchista di Madrid risponde alle diverse risoluzioni Onu con una politica ambigua che da un lato mostra accondiscendenza mentre dall’altro avvia una nuova forma di colonialismo con l’istituzione della Djemaa, un surrogato dell’Ait Arbain che nei fatti accetta passivamente ogni decisione del governatore spagnolo. Alla Djemaa i saharawi contrappongono il nuovo Movimento di liberazione di Seguit El Hamra e Ued Dahab che nasce nel 1967. La reiterazione delle risoluzioni Onu a favore dell’autodeterminazione dei saharawi determinò la pubblica decisione della Spagna di indire entro un anno il referendum per l’indipendenza del Sahara Occidentale. Ma l’atteggiamento spagnolo non convince i nazionalisti saharawi che nel maggio del 1973 avevano costituito il Fronte Polisario (Fronte popolare per la liberazione del Saguiat el Hamra e Rio de Oro), nato dall’incontro dei superstiti del MLS e di alcuni studenti di stanza in Marocco. La sfiducia dei saharawi verso gli spagnoli trova conferma nell’accordo segreto tripartito di Madrid del 14 novembre 1975 quando il ministro franchista Josè Solis Ruiz e suoi omologhi marocchino e mauritiano decidono la spartizione del Sahara occidentale. È l’accordo che permette ai 350.000 civili marocchini scortati dall’esercito, accampati dal 6 novembre al confine in attesa dell’invito del re Hassan II, di penetrare in territorio saharawi e prenderne possesso: alla famigerata “marcia verde” seguiranno eccidi e violenze. Il Fronte Polisario organizza la fuga di migliaia di saharawi verso l’Algeria dove, non lontano da Tindouf, viene allestita la prima tendopoli dei profughi. All’invasione segue il bombardamento dei fuggiaschi da parte dell’aviazione marocchina con bombe al napalm, fosforo e a frammentazione. Pur in esilio i saharawi decidono di darsi una struttura statuale e il 27 febbraio 1976 proclamano la nascita della Repubblica Araba Saharawi Democratica, con una costituzione provvisoria che definisce il nuovo stato come arabo, islamico, democratico e sociale.

 

Dopo aver tratto in salvo i saharawi riusciti a fuggire dalla dominazione marocchina i guerriglieri del Fronte Polisario riprendono gli attacchi militari concentrati soprattutto contro la Mauritiana, l’alleato più debole degli invasori. Nel luglio del 1977 le maggiori città del paese sono sotto attacco del Polisario: l’aiuto francese e la presenza di truppe marocchine non servono ad allontanare la disfatta che si materializza nel golpe che destituisce il presidente mauritiano Ould Daddah. Nell’agosto del 1979 viene firmato l’accordo di pace tra il Polisario e la Mauritiana che nel 1984 arriverà a riconoscere la RASD. Con l’uscita di scena della Mauritiana il Fronte Polisario concentra le sue azioni principalmente nel sud del Marocco che culminano nella vittoria di Guelfa Zemmour dove, nell’ottobre 1981, la guarnigione marocchina è costretta ad arrendersi. È a partire da questa disfatta che re Hassan II decide di sviluppare la strategia dei muri: per tutti gli anni ’80 vengono innalzati dei terrapieni di sabbia, pietrame e materiali di riporto determinando una barriera lunga 2400 km che, dal confine con l’Algeria, a nord, sino alla Mauritiana, a sud, divide il Sahara Occidentale e di conseguenza il popolo saharawi. Un muro divisorio dotato di batterie d’artiglieria, sistemi di sorveglianza, radar, un effettivo militare di 130.000 uomini e disseminato di circa 10 milioni di mine antiuomo.

 

Nel 1991 venne siglato il cessate il fuoco a cui seguì la risoluzione 690 dell’ONU che istituì la MINURSO (Missione Internazionale Nazioni Unite per il Referendum del Sahara Occidentale) che potesse rafforzare la tregua tra i due contendenti e organizzare il referendum per l’autodeterminazione del popolo saharawi. Dopo oltre vent’anni il referendum è ancora una vaga speranza. La RASD è lo Stato in esilio dei saharawi ma membro a tutti gli effetti, sin dal 1982, dell’OUA (Organizzazione Unità Africana). Esercita la sua sovranità nei campi profughi in Algeria e per riappropriarsi idealmente degli spazi occupati dal Marocco ha dato ai propri campi e ai quartieri il nome di una wilaya (regione amministrativa) e di una daira (località simile ai nostri comuni) del territorio invaso. Vige una costituzione di ispirazione socialista e islamica che ha conosciuto diverse modifiche e innovazioni tra le quali la ferma condanna della pena di morte e della tortura. La politica nazionale da grande importanza alla cultura rendendo quindi obbligatoria la scolarizzazione per tutti i bambini e varando delle campagne di istruzione per gli adulti.

 

Una società egualitaria, quella saharawi, dove la donna ha un ruolo centrale nell’organizzazione dei campi grazie anche al lavoro dell’Union Nacional Mujeres Saharawi (UNMS) che ha permesso alle donne saharawi di prendere coscienza del loro ruolo nella società, dei propri diritti sociali e politici, garantendo la loro piena partecipazione alla vita della propria nazione. Anche grazie al lavoro dell’UNMS si sono potuti creare dei legami con le donne saharawi dei territori occupati, dove la sola rivendicazione di appartenenza nazionale può determinare la detenzione e la tortura nelle prigioni marocchine. Nel “Sahara marocchino” il governo di Rabat porta avanti una politica di dislocazione vantaggiosa per i propri cittadini, attraverso premi e sgravi fiscali, per perfezionare la marocchinizzazione del territorio saharawi. Da anni le maggiori organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani denunciano le repressioni e le vessazioni subite da chiunque, saharawi o marocchino, metta in discussione la “questione dell’integrità territoriale”. Ancora oggi il popolo saharawi non sa ancora quando potrà esercitare il suo diritto al referendum per l’autodeterminazione.

 

by FRANCO ARBA

 

 

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