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La nostra vita con il terremoto

Messaggio di errore

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Una tra le frasi più inopportune che si sente quando si lascia la Sardegna è “Sei arrivato in terraferma”, come se i sardi vivessero su un enorme zattera (o gigantesca portaerei come venne classificata dai comandi alleati della II° guerra mondiale) al largo del Mediterraneo. Mai come in queste settimane tale affermazione sembra tragicamente irrisoria per chi vive in Emilia Romagna.

Sappiamo che la Sardegna è ritenuta una zona non sismica, poiché sotto il suo territorio non passano faglie che possano generare terremoti di rilievo. Quindi per molti di noi sardi le scosse di questi giorni ci hanno fatto recriminare la condizione di disterrati, parola mai come oggi così pregna di significato, più dell’urticante emigrato. Molti hanno pensato di fare le valige e prendere il primo aereo per casa, almeno sino al ritorno alla calma. Per tanti è stato solo un pensiero e un forte desiderio. Poi, guardandosi in faccia, con lo sguardo alle famiglie, parlando tra noi e con i nostri colleghi, amici, compagni emiliani ci siamo ricordati, pur non avendolo mai veramente scordato, che anche questa è casa nostra, che – pur con i dovuti distinguo – quei colleghi, amici, compagni di vita sono anche loro la nostra famiglia. E non si abbandona la famiglia. Si divide lo stesso destino sino in fondo. Perché abbiamo contribuito, con le nostre forze, la nostra intelligenza, il nostro lavoro e lo studio, a costruire questa famiglia e quindi ci si rimbocca le maniche e si dà una mano a rimettere la baracca in piedi.

 

Il Tzda Sergio Atzeni di Bologna aveva in programma per il 02 giugno un dibattito sulle servitù militari e industriali della Sardegna. È stata presa in considerazione l’idea di rinviarlo o annullarlo per rispetto nei confronti dei terremotati. Dopo un breve giro di email e telefonate si è invece deciso che, proprio per rispetto alla serietà degli emiliani, era doveroso fare il dibattito. E abbiamo rilanciato, quasi a mo’ di sfida verso le scosse che ancora continuano con minor intensità: alcuni attivisti hanno iniziato un tam tam tra amici e conoscenti per una colletta. Sono stati acquistati beni alimentari, caricati in macchina e recapitati direttamente alla Protezione Civile operante a San Felice sul Panaro.

 

Per noi sardi il terremoto è una parola che ha un’accezione metaforica. Ora, noi sardi in Emilia Romagna conosciamo il reale significato di questa parola. Dopo la prima paura abbiamo iniziato a prendere le misure di questo fenomeno. E lo affrontiamo.

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Commenti

anche qui ci sono storie di sardo-modanesi che nn si arrendono, http://lanuovasardegna.gelocal.it/regione/2012/06/10/news/terremoto-i-sardo-modenesi-non-si-arrendono-1.5228033.

Ti capisco Anche se non ho figli, ma solo una clanogina, la stupiditc383c2a0 della gente viene fuori lo stesso. Un episodio per tutti: io fuori da un forno col cane al guinzaglio che sta sgranocchiando un pezzettino di schiacciata come premio per avermi aspettata buona buona fuori della porta; arriva la scema di turno e si tuffa a fare carezze al cane col viso vicino al muso. Io le dico che c383c5a1 meglio che si allontani, infatti, notoriamente, i cani, e anche gli umani, non amano essere cincischiati mentre mangiano. Alla fine la clanogina si rivolta ringhiando. La scema si alza inviperita gridando: Ma allora questo cane c383c5a1 cattivo . Non ho resistito: No, signora c383c5a1 lei che c383c5a1 parecchio scema! .Apriti cielo, ma almeno l'ulcera mi verrc383c2a0 un altro giorno.

Come la capisco mi brciua ancora, io negli anni 80 (oggi ne ho 36) fui una delle bimbe che non si avvalsero ricordo ancora le difficolte0, i soprusi nascosti dietro sottili modi di discriminare me e gli altri due bimbi che come me erano diversi , e8 bello vedere che c'e8 chi gestisce bene la situazione, come te, per quanto possibile vista la tenera ete0.

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