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SARDEGNA: LA NAZIONE DALLE INNOVAZIONI NEGATE?

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Ringraziamo Ignazio Cuncu Piano per averci offerto questa riflessione dal suo blog

 

Se in quest'articoletto cercassi d'impegnarmi per convincere ad usare l'aggettivo rosso per indicare il colore verde, o che onesto significa corrotto, o che le Alpi siano una vasta pianura; o a dimostrare scientificamente che i telefoni hanno sentimenti, molto probabilmente a chi legge verrebbe da sorridere, o quanto meno da sospettare che il mio cervello cominci a far cilecca! Eppure bisogna ammettere che in molti aspetti importanti della vita, noi pensiamo con la stessa distorta metrica cui sopra gli esempi, semplicemente perché alcuni addetti ai lavori, nel passato e nel presente, hanno avuto e hanno la disonesta abilità di adulterarci la realtà dei fatti.

Il colmo del paradosso in questa truffa del reale si dà quando, assuefatti ormai al falso storico accettato come autentico, sorridiamo (a mo' di presa in giro) o mugugniamo davanti a chi, con onesta lucidità intellettuale, vuol restituircene l'interpretazione adeguata. La realtà di fondo che tutti dovremmo tener presente, sempre, è che la vita è molto meno inquadrabile (va molto più in là) di quanto alcuni abbiano voluto e vogliano farci credere!

Se trasportiamo il discorso sulla realtà sarda, sappiamo bene che potremmo soffermarci su miriadi di falsi luoghi comuni (incentivati dall'opportunista di turno!) che, come sappiamo, hanno trovato buona accoglienza nel nostro mal nutrito bagaglio storico e nella nostra sbiadita e ancor troppo malleabile auto-percezione. Pensiamo al più infame, falso e dannoso assioma a noi ben noto: niente di nuovo [cioè: di buono] è mai sorto dall'Isola, quasi fosse stregata da arcani e arcaici immobilismi; mentre: “tutta la novità è arrivata da al di là del mare. Se ci si pensa bene, trattasi di sentenza quantomeno ridicola; eppure ...! Complice di tale obbrobriosa leggenda nera è stata, fino a qualche decade fa, una certa classe - pseudo? - intellettuale nostrana, la quale, consapevole o meno (non sta a me giudicare), ha dato cattedra, insegnando, o forse più banalmente, ripetendo pregiudizi storici scarsamente documentati.

Oggi per fortuna le cose stanno cambiando: storici ed archeologi portano sempre più alla luce del vero le innovazioni sorte (e a volte esportate) in seno alle civiltà autoctone e alla vita propria della Nazione sarda (cf. sullo stesso blog: Isolani o isolati; Il paradiso dei bachi che vestirono la Zarina; I vuoti felici della memoria dei Sardi)

Dal mare son certo arrivate cose buone, ma anche guai. Che dire se si pensa che i saccheggi di ingenti risorse sono stati (e sono) opera degli, ehm, Civilizzatori (!) di turno? Chi direbbe che il banditismo fu il prodotto di inique decisioni oltremare, che alterarono l'ecosistema economico/sociale isolano, basato su tutt'altre (e più sane) regole di convivenza? Che pensare sull'ambiguo Piano di Rinascita del secondo dopoguerra, che invece di favorire un tessuto di piccole industrie sintonizzate colla vocazione artigianale, agricola, pastorale, turistica, abbia innalzato mostri chimici, devastanti (in tutti i sensi) e precocemente fallimentari? E le basi militari? Enormi teatri di misteriosi addestramenti a favore dell'industria delle guerre destinate a Paesi poveri (gli unici destinatari dei contemporanei conflitti bellici). E così di seguito. Mi piace però ripetere che le cose cominciano un po' a cambiare, in parte grazie al già citato processo di sana revisione della storia remota e recente (cf. Omar Onnis, Tutto quello che sai sulla Sardegna è falso, Arkadia, 2013) ed anche grazie a tante persone di buona volontà che coi fatti stanno dimostrando a se stesse e agli altri che tante stupide e false etichette non valgono le radici ricche e profonde di un popolo dignitoso e creativo.

Certo: da qui a che cambi la mentalità ce ne vorrà ancora un po'. Perché la mentalità, lo sappiamo, non è qualcosa che muta col solo dato scientifico/razionale. Sedimenta nell'ambito delle emozioni e quindi scatta in automatico, con ampio stacco sulla ragione, davanti alle sollecitazioni che rispondono a distorte ma assimilate rappresentazioni del reale. Con pazienza e costanza ci sarà da ricostruire (molti, reitero, già l'hanno fatto o sono a buon punto dell'opera) emozioni nuove basate su una "percezione reale del nostro passato-presente", costituito, niente più e niente meno , da cose buone e meno buone; come succede a tutti i popoli, del resto.

 

Ma torniamo all'oggetto della la presente riflessione: le innovazioni. Non tanto quelle del passato (che ce ne sono state tante) , ma del presente storico.

Cosa può significare avere capacità innovative? Non chiudersi alla novità, ma discernerla; prendere spunto anche perché no? - da quelle ideate fuori casa per poi adattarle al nostro (niente nasce da niente) o, prendere come buona una novità nata in casa e integrarvi aspetti già messi in atto in altri luoghi. Quest'arte eclettica vien bene solo quando si ha sana e profonda autostima dell'identità culturale propria; altrimenti si rischia il "copia-incolla" e si fanno danni e... nient'altro. È basilare infatti che i benefici di un'innovazione, per essere tali, mai debbano alterare l'humus culturale specifico, bensì fomentarne la crescita. L'immolare sull'altare dell'innovazione fine a se stessa - quand'anche apportasse un qualche iniziale (iniziale!) beneficio economico - la dimensione identitaria, sfocerebbe inevitabilmente in una gravissima deriva globale; quindi, alla fin fine, anche economica. Al riguardo, il già citato piano di rinascita può essere un monito tristemente calzante.

Esistono azioni innovatrici, in Sardegna, oggi? Sì: nell'ambito della politica, dell'economia, del lavoro, della cultura, dell'arte. Ma allora, perché non si riesce a vederle, a toccarle, ad assaporarne i frutti? Be', chiariamo innanzitutto che chi vive con mente e cuore ben disposti verso una sana auto-percezione etnica, chi vuol cercare e rischiare in prima persona su nuove strade...: le vede, le tocca, le apprezza, le sperimenta, le fomenta e in molti casi ne gode i frutti (penso al progetto Sardex, per esempio, all'ampio respiro che sta offrendo a tante imprese isolane, offrendo percorsi di interscambio monetario e di beni, in termini molto più umanamente sostenibili a confronto degli oppressivi circuiti bancari). Insomma: chi cerca... trova!

 

Si è già in tanti, per fortuna, ad aver trovato e toccato. Ma c'è ancora molta strada da fare. È ancora tenace la poca autostima che ribassa il valore delle autoctone iniziative, annichilendole dall'umiliante e irragionevole paradosso dell'ipermetropia, che spesso ci fa mettere a fuoco solo le cose lontane. Dovremmo decisamente far indossare occhiali da lettura alla nostra visione della realtà, per renderci conto di come tante novità che nascono nell'ambito vitale nostrano, portino in se' un efficace valenza innovativa.

Eh sì, bisogna proprio ammetterlo: si mal tollera l'iniziativa nata in casa. Arriva poi il primo illuminato d'oltremare a proporre - perché no? - in buona fede, più o meno le stesse cose... e noi lì, a sgranare gli occhi sulla risolutiva novità portata dalle onde : "Ma la' ca seus...!". Nella politica questo modo di fare è palese. Guardiamo, per esempio, ai fatti di storia recente. Nel suffragio del febbraio 2013, sia in Italia che in Sardegna, una significativa parte dell'elettorato ha saputo orientarsi verso proposte alternative, verosimilmente più trasparenti e dal volto giovane. Un chiaro rigetto della politica stantia e inconcludente. Una scelta che rispetto e condivido.

Ma se penso che in Sardegna, una politica dal volto ugualmente giovane sta portando avanti proposte innovative, concrete, intelligenti, argomentate e trasparenti (osservate con attenzione da partiti italiani e da quelli di altre Nazioni) da circa una decada, quindi da prima che certe idee (in alcuni aspetti) simili arrivassero dall'Italia per ricevere (dai Sardi) tanto plauso e consenso: riconosco che un po' di rabbia sui tempismi perduti... mi assale!

A scanso di equivoci, è bene chiarire che la responsabilità non è di coloro che, con onesta intenzione ci porgono le loro proposte oltremare. Ripeto: tutto ciò che è buono ed efficacemente adattabile, venga da qui o da lì, sia bene accetto. Il problema siamo noi e i citati pregiudizi che ci precludono ai vantaggi immediati e più plasmanti che la valorizzazione dell'innovazione locale ci offrirebbe.

Morale della favola: dobbiamo sganciarci una volta per tutte da questa terribile distorsione mentale: terribile ingiustizia verso noi stessi. Sì, terribile; solo questo superlativo dà giusto peso al devastante paradosso di un popolo che reprime se stesso, che pensa di non essere ciò che è o di non poter essere ciò che può essere; un popolo che vive la favoletta del Re nudo ... al contrario! Certo: sarebbe più comodo continuare a credere di non saper innovar da noi stessi, ché il nostro comodo andazzo avrebbe ragion d'esistere! Però, purtroppo, tal capacità è a noi consona. Ma! C'è un "ma" nella questione. La nostra storia parla di maggiore innovazione/ creatività, nei momenti in cui siamo stati liberi e sovrani, nei momenti in cui ci siamo autogovernati. Viceversa, la nostra stessa storia ci racconta pesantezza e notevole fatica "nella crescita", nei periodi di forti condizionamenti (dominazioni) imposti da entità politiche esterne.

Forse, bisognerebbe rifletterne i profondi perché, analizzare se qualcosa di simile non accada ancor oggi, ed assumerne tutte le derivanti... in prima persona.

Ignazio Cuncu Piano

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