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Land-grabbing in Sardegna: chi decide il futuro del nostro territorio?

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di Franco Arba – Attivista di Progetu Repùblica Disterru
e Paolo Piras – Portavoce Nazionale Progetu Repùblica

Nel 1956 un funzionario del Genio Militare si presenta con due testimoni nel cortile di fronte alla casa di Portu Pirastu: «La vostra terra deve essere espropriata! Avete un anno di tempo per andare via! Qui disturbate!». Non so essere preciso sulla data di inizio di questa vicenda che sconvolgeva il nostro faticoso ma sereno vivere giornaliero. Attorno al 1950, forse anche prima. Ma il rito, per un quinquennio e oltre, fu simile alla prima volta. Si presentava un ufficiale dell’Esercito Italiano con quattro soldati. Non potevano fare troppi preamboli, erano militari. Giungevano di primo mattino: «In giornata dovete sparire, voi e il bestiame!» La prima volta mio padre chiese gentilmente: «Scusate, c’è un piccolo particolare che forse a voi sfugge: non sappiamo dove andare!». «Sono problemi che non possiamo risolvere» – risposero decisi (…) il nostro Stato ci ha trattati come pezze da piedi! Come si fa ad accettare il fatto che dovevamo abbandonare quel che era la sempre stato nostro, unica fonte di sostentamento, senza darci nemmeno la possibilità di un’altra sistemazione?

- Testimonianza di Giulio Angioni in Guido Floris e Angelo Ledda – Servitù militari in Sardegna – Il caso Teulada

Abbiamo sofferto tanto … quando i bulldozer arrivarono … perdemmo tutto, utensili, la televisione, il frigorifero, i vestiti, i libri dei bambini, certificati di nascita. Non c’era niente che potessimo fare. Quella notte dormimmo nel complesso abitativo dall’altra parte di Njemanze

- Love Basset Okpadio, Port Harcourt, Nigeria. La casa dove viveva con il marito e cinque figli è stata demolita il 28 agosto 2009, senza alcun preavviso: non hanno mai ricevuto alcun risarcimento né una sistemazione alternativa.

Per land grabbing si intende l’acquisizione di terreni su ampia scala, sia attraverso l’acquisto che tramite affitto o concessioni di licenza per l’usufrutto. Un fenomeno che, a partire dall’inizio del XXI secolo, ha assunto dimensioni preoccupanti: secondo stime FAO-IFAD nel 2009 ci sono stati movimenti finanziari per oltre 100 miliardi di euro e 20 milioni di ettari. Dal Sud del mondo questo fenomeno interessa anche l’Europa: negli ultimi mesi del 2011 una multinazionale alimentare cinese – la Tianjin State Farms Agribusiness Group Company – ha speso 10 milioni di euro per l’affitto dal governo di Sofia di 2mila ettari di terreno, nel Severozapaden, nord-ovest della Bulgaria.

Letteralmente land grabbing significa accaparramento, furto della terra e la storia dell’umanità conosce questo pratica da sempre. Il case-study meglio conosciuto è sicuramente quello dei nativi americani dalla scoperta di Colombo in poi. Ma di accaparramento di terre si può parlare anche per il famigerato editto delle chiudende di sabauda memoria in Sardegna, già dal 1820.

 

Si può confutare che tale accaparramento avvenne da parte di alcuni sardi a scapito di – molti – altri sardi e che inoltre queste sono storie antiche quando il land grabbing è un fenomeno contemporaneo. Bene, rimaniamo allora nel presente per analizzare gli effetti attuali di alcune scelte politiche degli ultimi decenni. Il presente ci rivela che nel comune di Teulada l’occupazione progressiva del territorio ha portato l’estensione della base militare dagli iniziali 400 ettari, secondo i primi decreti degli anni ’50, agli attuali 7.200. Se allarghiamo la visuale al resto dell’Isola sappiamo che l’accaparramento delle terre ai fini militari di difesa dello Stato Italiano interessa 24 mila ettari a cui si sommano altri 13 mila gravati da servitù militari ossia quelle “zone di restrizione dello spazio aereo e zone interdette alla navigazione.”

Se vogliamo rimanere al significato attuale del termine land grabbing e ascoltiamo le denunce delle tante ONLUS e ONG (Oxfam, Terra Nuova, Crocevia, Greenpeace e altre) il fenomeno si dovrebbe focalizzare sull’acquisto da parte di multinazionali alimentari, società finanziarie e paesi ricchi di enormi distese di terreni in Africa, Asia e Sud America per la produzione di cibo e biocarburanti. Il metodo più usato è la spoliazione dei terreni per una monocultura che determina un depauperamento del suolo e rilascio di ingenti quantità di pesticidi.

Stefano Liberti, autore del reportage Land-grabbing afferma che «i governi spesso concedono la terra senza nemmeno richiedere a quale scopo essa sarà usata, (…) accettano di svendere le proprie terre in cambio di una vaga promessa di sviluppo». Una tendenza che in Sardegna è stata praticata dalle diverse giunte regionali sin dagli anni del Piano di Rinascita e che continua ancora oggi.

È cronaca attuale la richiesta della Saras della famiglia Moratti alla Regione Sardegna della richiesta del permesso di ricerca Eleonora – un progetto di ricerca per idrocarburi liquidi e gassosi – che comprende un’area di 44.430 ettari all’interno della Provincia di Oristano: un’area a ridosso di un Sito di Interesse Comunitario e di una Zona di Protezione Speciale quale lo Stagno di S’Ena Arrubia e territori limitrofi, a forte vocazione agricola e zootecnica. Ma il Progetto Eleonora non è il solo progetto per estrazione di idrocarburi nell’isola: oltre ai due permessi di ricerca a mare – respinti dal Ministero dello Sviluppo Economico italiano – Eleonora Mare all’interno del Golfo di Oristano e Nora al largo delle coste del Golfo degli Angeli, sempre di titolarità di Saras S.p.A., vanno aggiunti i permessi Igia nel Medio Campidano, che prevede un’area di ispezione di 18.700 ettari da Sanluri ad Assemini e il permesso Puma Petroleum68.700 ettari a mare – al largo delle coste del Sinis.

Ai permessi di ricerca per idrocarburi si aggiungono poi quelli per risorse geotermiche sparsi un po’ per tutta l’isola – dall’Anglona al Campidano passando per il Montiferru – per un conteggio finale di oltre 300.000 ettari di territorio da sottoporre o già sottoposti a sondaggi geognostici.

Il fenomeno del land grabbing a fini energetici non si limita ai soli progetti di trivellazione. Dobbiamo tener conto anche delle richieste per il nuovo business del biogas, con numerose nuove centrali produttive con potenza rigorosamente inferiore a 1Mw – soglia al di sotto della quale non è richiesta la Valutazione di Impatto Ambientale – ognuna delle quali, se alimentata a biomasse, dovrebbe richiedere circa 300 ettari di terreno coltivabili per produrre il “carburante” da bruciare.

Ma il progetto più maestoso è quello di ENI per la Chimica Verde di Porto Torres, per il cui funzionamento si prevede di coltivare a cardi oltre 220.000 ettari di territorio. Una superficie superiore a quella attualmente coltivata in tutta la Sardegna. Non si contano poi gli ettari di terreno occupati da pale eoliche, pannelli solari e in futuro anche termodinamici. Tra questi ultimi i progetti più importanti sono quelli di Cossoine e Vallermosa, il quale prevede un parco di pannelli termodinamici esteso per 130 ettari nelle campagne del paese a ridosso del complesso nuragico “Su Casteddu”.

Come detto, l’utilizzo del territorio per fini di produzione energetica è solo uno degli aspetti del fenomeno del land grabbing. Fenomeno che, sotto gli occhi di tutti, si verifica costantemente da decenni in Sardegna. Negli ultimi anni però, ha subito un incremento decisivo.

Ciò che viene naturale domandarsi è: una volta consumati tutti gli ettari di territorio disponibili per la produzione di energia, dove andremo a coltivare il grano?

(Parte 1 – Continua)

 

 

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